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14/05/2019 :

Ricordati di Praga (racconto di F.S., 1/3). "Non ti annoierai?". "It's up to you", già, dipendeva da me. Questo fu il dialogo scarno quando l'ho conosciuta. Era stato tutto talmente veloce che mi era mancato il tempo di meravigliarmi. Era il 1968, un anno incendiario. Partimmo per la Sicilia e fu una vacanza spensierata. Aveva un bel viso giovane da cecoslovacca tempestato di minuscole efelidi, fisico atletico, fascino slavo e simpatia quanto bastava. Il suo italiano era approssimativo ma comprensibile e per arricchirlo ripeteva le parole che le dicevo, come se non fosse del tutto sicura del loro significato. Nel caso soccorreva un po' di inglese, un po' di spagnolo. Quando si è giovani non si ha bisogno di grandi discorsi per intendersi. A Segesta, sotto le colonne del tempio greco, la baciai la prima volta in tutti i modi che conoscevo, due o tre. La tappa sull'Etna fu emozionante ma la cena dell'ultimo giorno a Taormina lo fu di più. In giardino la fioritura tardiva delle zagare spandeva un profumo che intontiva e il vino recitava la sua parte puntualmente. "Io un poco opilý, borracho". "Sei brilla", traducevo e lei replicava: "Brilla?" Arricciava il naso e rideva ed era bellissima, più bella della madonna di un presepio. Davanti a lei anche un Crodino stappato sarebbe rimasto gasato per un mese. Ricordavo quella vacanza mentre il treno lasciava Vienna. Nel 1969, dopo l'invasione militare dell'anno prima, erano state imposte restrizioni alla libertà individuale e lei poteva espatriare solo nei paesi dell'Europa sotto l'influenza sovietica. Alla frontiera il poliziotto ispezionò il mio bagaglio e dopo aver controllato il visto mi restituì il passaporto. Era di buon umore: "Benvenuto nella Repubblica socialista cecoslovacca". A Praga l'inverno di quell'anno fu così gelido che non c'era da stupirsi se i pupazzi di neve avessero avuto i geloni. Il clima era cupo e dal treno la città scorreva triste quanto un film muto in bianco e nero. Ci ritrovammo e il secondo momento più bello della giornata fu quando mi sussurrò: "Adesso sparecchio e spengo la luce". A letto avevamo il respiro corto e non m'importava della stufa in calando, sotto il piumone si stava da dio. Più tardi ci caddero le palpebre e io mi addormentai, imbalsamato di sonno.

mezzana
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tiglio
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